Perché le migliori startup italiane stanno lasciando l’Italia — e nessuno ne parla abbastanza

Quanto raccoglie davvero una startup italiana? I numeri del venture capital in Italia

C’è una domanda che quasi ogni founder italiano si pone al primo round: “è normale che io stia raccogliendo così poco, rispetto a quello che leggo sui casi americani?” La risposta breve è sì. E i numeri spiegano perché — e cosa si può fare al riguardo.

Un mercato ancora piccolo, per dimensioni assolute

Secondo i dati storicamente pubblicati da AIFI (Associazione Italiana Private Equity, Venture Capital e Private Debt), l’Italia investe in venture capital una frazione di quanto investono Francia, Germania e Regno Unito — anche tenendo conto delle differenze di popolazione ed economia. Non è un problema di qualità delle startup italiane: è un problema di dimensione dei fondi disponibili sul territorio.

Il risultato pratico, per un founder italiano, è che il capitale locale si esaurisce rapidamente man mano che il round cresce. I round pre-seed e seed sono relativamente ben coperti dall’ecosistema domestico — angel investor, fondi regionali, programmi di accelerazione. Ma già a partire dal Series A, la disponibilità di capitale italiano cala nettamente, e molte startup si trovano a dover cercare capitale fuori dai confini nazionali per continuare a crescere.

Il fenomeno delle startup che “emigrano”

Un effetto collaterale ben documentato di questa scarsità di capitale è la tendenza di alcune tra le migliori startup italiane a spostare la propria sede legale all’estero — tipicamente in Delaware o nei Paesi Bassi — proprio per risultare più “investibili” agli occhi dei fondi internazionali, abituati a strutture societarie diverse da quella italiana. Diversi report di settore (tra cui quelli pubblicati da Italian Tech Alliance) segnalano questo fenomeno come una perdita concreta per l’ecosistema italiano: non solo capitale che se ne va, ma anche founder, know-how e futura tassazione.

Perché il capitale internazionale non è un “premio di consolazione”

C’è un’idea diffusa, e sbagliata, secondo cui rivolgersi a fondi esteri sia una soluzione di ripiego rispetto a un round tutto italiano. È vero l’opposto: i fondi internazionali portano quasi sempre, insieme al capitale, una rete di contatti, competenze operative su scala e credibilità che aiutano concretamente ad accelerare la crescita — cose che pochi fondi italiani, per dimensione, riescono a offrire allo stesso livello.

Il problema, storicamente, non è mai stato la qualità delle startup italiane. È la visibilità: un fondo con sede a Londra, Berlino o San Francisco raramente ha il tempo o i contatti per scandagliare sistematicamente l’ecosistema italiano alla ricerca di deal interessanti. Da qui nasce esattamente il ruolo dei Venture Scout di cui abbiamo parlato nel precedente articolo del blog: qualcuno che, dall’interno dell’ecosistema locale, fa da ponte verso chi il capitale ce l’ha, ma non ha la rete per trovarti.

Cosa significa in pratica

Se stai raccogliendo capitale e ti sembra che il mercato italiano da solo non basti a coprire il round che ti serve, non è un segnale che c’è qualcosa che non va nella tua startup. È, semplicemente, la fotografia reale di un ecosistema che sta ancora crescendo — e che ha bisogno di canali diretti verso il capitale internazionale per colmare quel divario.

È esattamente per questo che esiste PrimoAffare: un canale gratuito, senza intermediazione né fee, per far arrivare le segnalazioni di startup italiane a fondi di venture capital internazionali attivi sul nostro mercato. Se stai raccogliendo un round e vuoi ampliare lo sguardo oltre i confini italiani, ti bastano due minuti per segnalare la tua startup.

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